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il doppio senso della vita"

di Alessio Follieri

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LA REALTA' NELLA MENTE 
Modificato Da anonymous  in 05/06/2009 12.03.43)

La realtà nella mente.

Di Alessio Follieri

Nel momento in cui sto osservando tutto ciò che mi circonda, cose e fenomeni, colori, suoni, odori, tutto quanto sta avvenendo attorno a me in quel preciso istante, come posso essere veramente sicuro che tutto sia reale? La domanda può sembrar folle, o addirittura priva di senso, poiché tutti noi trascorriamo istante dopo istante, tutta la vita, senza porre minimamente in dubbio se tutto ciò che stiamo letteralmente vivendo sia reale.

 Nessuno di noi, potrebbe addirittura porre in dubbio che parenti, amici, persone, la propria casa, la città in cui vive, il mondo che può vedere siano cose irreali, ciò perché com’è ovvio, sensato e soprattutto logico, tutte queste cose debbono essere reali, è la nostra esperienza e non potrebbe essere altrimenti, per questo l’enigma secondo cui pongo in serio dubbio se tutto attorno a me sia o no reale, può ovviamente apparire assurdo e illogico.

 Di fronte a questa assurdità occorre però ammettere un fatto, immaginandoci di trovarci da soli dentro una stanza di casa nostra, noi accettiamo a priori un aspetto che è naturalmente ovvio, tutto quanto vediamo attorno a noi è reale, punto e basta. A nessuno di noi verrebbe in mente il contrario, né tantomeno di porre in dubbio questa condizione, ciò perché non dobbiamo spiegare o dimostrare a noi stessi che ciò che vediamo, udiamo, tocchiamo, sia o no reale. Semplicemente lo è, ed è quindi un atto mentale a priori.

 E’ andando più a fondo a questo concetto, che si può esperire in modo inaspettato che quanto percepiamo non è sicuro che sia reale, ma prima occorre effettuare due precisazioni altrimenti l’analisi qui proposta, sarebbe completamente infondata. La prima è la definizione di: cos’è la realtà, la seconda non meno importante della prima è: come sappiamo che tutto ciò che percepiamo istante per istante sia la realtà.

Il primo passo impone di definire la realtà. Quando si parla di realtà, ci si riferisce a tutto quell’insieme di cose e fenomeni che avvengono e si trovano attorno a noi. Tale definizione non è completa, perché occorre specificare a com’è possibile che ognuno di noi possa percepire tutto ciò che gli è attorno. E’ in questo secondo passo che si arriva a spiegare la realtà ed anche il “come” per noi sia tale. Tutto ciò che possiamo percepire e quindi sapere ed accertare come reale, è insito nel fatto che il nostro cervello recepisce delle informazioni tramite il proprio apparato nervoso. Partendo con un semplice esempio, un vaso si trova sul tavolo, ed io definisco che entrambi sono reali ed esistono per il semplice fatto che recepisco la loro esistenza. Questa percezione è dovuta ad un fenomeno di natura fisica, la luce colpisce i due oggetti viene riflessa in modo specifico alla natura dei due corpi materiali, raggiunge i miei occhi, il segnale si trasforma in un impulso e si dirama nella fitta rete di neuroni del mio cervello. Io recepisco quei due oggetti perché li vedo, quindi il mio cervello recepisce delle informazioni. Questo implica che io non devo auto dimostrarmi l’esistenza dei due oggetti, semplicemente li vedo, sono reali, esistono punto e basta.

 E’ in tutto questo percorso ed in altri miliardi di modi e condizioni possibili che recepiamo la realtà, continua e costante attorno a noi, al punto che noi stessi siamo parte di essa. In questo continuo processo di percezione per ognuno di noi stessi, quali soggetti che percepiscono, rimane conseguentemente inclusa un’altra condizione, ossia che noi stessi siamo appunto dei soggetti che recepiscono l’informazione tramite un rapporto specifico con la realtà, il quale emerge da questa continua relazione con essa. Questo concetto è tutt’altro che semplice, ma per un chiarimento dovuto, noi possiamo sperimentare ad esempio una relazione spaziale. Vediamo i due oggetti in un determinato modo perché siamo in relazione con essi, in un modo specifico. Ad esempio spostandoci la prospettiva cambia, vediamo quella specifica realtà sotto una diversa angolazione, ed esperiamo di fatto che noi stessi in qualità di individui, ci troviamo in quel contesto, stiamo recependo la realtà partecipando con un fenomeno in essa.

 Tutto questo non viene mai ragionato, ma è una percezione istintiva e immediata che avviene in noi stessi a priori. Fin qui nessun dubbio è sollevato, è quanto avviene per ognuno ogni istante e in una miriade di fenomeni diversi, legati ad ogni percezione possibile.  Allo stesso modo ci si può domandare: da dove proviene la condizione secondo la quale io mi trovo in quel contesto al punto di considerarmi parte di quella realtà? Essa proviene da un insieme di condizioni che si allacciano al medesimo esempio di quando modifichiamo la nostra prospettiva rispetto a quanto ci circonda. Noi non siamo dei soggetti ce percepiscono la realtà in modo passivo, non siamo spettatori ma anche attori dello stesso scenario. Il semplice atto di spostare un oggetto, implica la nostra interferenza nelle cose reali che percepiamo, noi stessi siamo soggetti che percepiscono se stessi e interferiscono tramite la propria fisicità nella realtà circostante. Questo implica una considerazione definitiva in questa prima parte della concezione di un mondo realistico, ossia che ogni soggetto, quindi noi stessi siamo parte fisica delle cose reali, assieme alle stesse che percepiamo, ma soprattutto recepiamo le informazioni dalla realtà da una posizione specifica: il nostro corpo. Il nostro corpo è reale, ed esso occupa ed interagisce con tutto il resto in un modo definito. Tuttavia si può concludere con una definizione ancor più rigorosa nel contesto della nostra fisicità. Il nostro corpo fisico possiede un organo, quindi un punto ben specifico, la cui posizione definisce il nostro rapporto con la realtà ed è il cervello. Il cervello tuttavia non è racchiuso solo nella nostra scatola cranica, ma è un organo che tramite un complesso sistema nervoso è interconnesso con tutto il resto del corpo fisico, tuttavia i segnali raggiungono l’organo principale ed è in esso che si concretizza essenzialmente la nostra individualità, è nel cervello che ci troviamo, o per lo meno pensiamo di trovarci ed è in esso che recepiamo il tutto.

 E’ altresì vero definire a questo punto una condizione specifica. Cosa recepisce il cervello? E’ interessante annotare un fatto: ogni cosa esso recepisce sono dei segnali che viaggiano all’interno dell’apparato nervoso alla stregua di impulsi che viaggiano in un cavo elettrico (tanto per citare un esempio grossolano), questi impulsi raggiungono i neuroni e da essi vengono elaborati. Questo implica che la realtà e quindi tutto l’insieme di ciò che consideriamo reale, non è un qualcosa che si trova all’esterno di noi stessi ma piuttosto è un insieme di impulsi e condizioni del nostro cervello. Più precisamente, nel momento in cui osserviamo un qualsiasi oggetto, noi non vediamo l’oggetto in se nella sua assolutezza d’essere, ma piuttosto dapprima esso riflette la luce che ne trasmette delle informazioni, poi tale segnale elettromagnetico (luce) raggiunge i miei occhi i quali compiono una prima decodifica del segnale trasmettendolo al cervello, quindi io non percepisco la realtà com’è nella sua essenza, ma piuttosto lo scenario che il mio cervello codifica di essa ed io a priori la ritengo come tale.

 Questo aspetto sebbene non appare come una novità assoluta, più volte discusso in diversi ambiti della conoscenza, ci dice in profondità come le cose stiano profondamente diverse da quanto riteniamo a priori e istintivamente. La realtà com’è nella sua essenza assoluta è a noi (come soggetti parte di essa) preclusa, ma piuttosto noi percepiamo un qualcosa di tradotto che è il risultato dell’elaborazione dell’involucro che costituisce noi stessi, quindi il nostro corpo fisico. In modo più esplicito tutto ciò che definiamo reale è nella nostra mente e non nella sua oggettività là fuori come crediamo. A questo punto qualcuno potrebbe giustamente obiettare che la critica secondo la quale l’argomento fin qui proposto non è sufficiente a dimostrare che non percepiamo la realtà, ma bensì quanto definiamo reale ed esistente è un insieme di condizioni insite nel nostro cervello, per i motivi sin qui esposti. In parte tale critica è più che giusta e permette di definire un passo più avanti in modo più preciso tale condizione.

 Nel caso in cui  un oggetto o un fenomeno qualsiasi è percepito dal cervello, avvengono tutta una serie di fenomeni già discussi, i quali portano lo schema di ciò che esiste al nostro cervello, questo non implica che un determinato oggetto qualsiasi non è reale, ma che non lo percepiamo nella sua essenza reale, ma è codificato dal nostro corpo. Tutto questo vuol dire essenzialmente che noi percepiamo un livello di realtà ma non l’essenza della stessa, quindi la realtà è un qualcosa relativo a noi stessi ed è una condizione ben diversa dalla precedente, nella quale credevamo all’esistenza tangibile di una qualsiasi cosa a priori. E’ in questo senso che occorre esplicare bene il concetto di una realtà relativa a noi stessi.

 Bisogna assumere un significato profondo riguardo la nostra condizione nella realtà, ossia che i due concetti reale ed esistente non sono assoluti ma relativi a noi stessi. Facciamo il presupposto di descrivere una qualsiasi cosa reale, come un semplice bicchiere di vetro e possiamo comprendere quanto esso è relativo a noi stessi e noi non possiamo compenetrare la sua esistenza assoluta. Possiamo cominciare con l’elencazione di una serie di aspetti: è di vetro, è trasparente, ha una determinata forma che possiamo descrivere minuziosamente, possiede determinate funzionalità, è fragile rispetto ad altri oggetti, in questo modo possiamo trarre una quantità di informazioni minuziose, dettagliate e precise, ma esse non descriveranno mai il bicchiere nella sua totalità, il perché è subito spiegato. Pur arrivando ad un elenco di informazioni precise, minuziose ed altamente dettagliate, questa serie di informazioni derivano da condizioni ben precise, ossia dal fatto che il nostro cervello ha determinato la realtà e l’esistenza dell’oggetto per mezzo delle informazioni che ha ricevuto ed esse dipendono in parte da com’è fatta la nostra struttura, ossia dal tipo di informazioni che possiamo ricevere, in altra dal tipo di informazioni che l’oggetto stesso ci può comunicare, la qual cosa implica che se noi stessi vogliamo definire l’esistenza e quindi la realtà assoluta dello specifico oggetto dobbiamo avere tutte le informazioni possibili, la qual cosa non è appunto possibile.

 La conoscenza di una qualsiasi parte della realtà, dipende essenzialmente da una conseguente condizione, la relazione del nostro cervello con essa, questa condizione è limitata da aspetti dovuti alla realtà stessa e al nostro cervello. Il percorso dell’avvento della scienza, ha dimostrato una cosa su tutte, che la quantità di informazioni recepibili tramite il nostro corpo fisico è pochissima rispetto alle informazioni con le quali la realtà manifesta cose e fenomeni. La scienza si è sviluppata per mezzo di tecniche e strumenti, in grado di poter dare al cervello maggiori informazioni. Soltanto per citare un esempio, la luce visibile è una radiazione elettromagnetica che ha un lunghezza d’onda specifica, la vediamo e allo stesso modo vediamo cose della realtà che la emettono, come il Sole o una semplice lampadina ed altre che la riflettono, in verità esistono radiazioni elettromagnetiche oltre quella visibile, più precisamente quella che vediamo è una minuscola porzione delle radiazioni esistenti. Se ipoteticamente potremmo percepire tutte le radiazioni, la realtà ai nostri occhi sarebbe totalmente diversa da quella che codifica il nostro cervello. Il punto è che dagli atomi ai confini presumibilmente noti dell’Universo, la realtà è un insieme di informazioni enormemente più ampio di quanto possiamo codificare a priori con il nostro cervello nell’immediato. Ovviamente questo concetto ci aiuta a capire una secondo aspetto: come facciamo ad essere sicuri che quanto la scienza ha aperto alla mente umana, siano informazioni complete? Certo si può ammettere che esse sono molto più ampie di quanto ci è possibile a priori, ma non certo possiamo sostenere che esse siano complete, motivo per cui la scienza ha ancora molte domande senza risposte.

 Tutto questo ci invita a pensare ad aspetti più profondi della realtà, proiettandoci nell’essenza della domanda: cos’è la realtà? Cos’è vero? Cos’è l’esistente? Sebbene la scienza si serve di strumenti, tecniche, teorie e matematica, è ovviamente indubitabile che essa amplia ma non cambia radicalmente il nostro stato precedente, poiché tutti questi aspetti provengono dalla stessa situazione iniziale ossia: quanto la realtà comunica di se e quanto il nostre cervello codifica di essa. Il punto per rispondere a cos’è la realtà, ci invita quindi a sviluppare una conclusione profonda: il reale, quindi il vero, l’essenza, l’assolutezza di una qualsiasi cosa, sono aspetti celati nella realtà stessa, quindi in modo diretto il tutto risulta celato al di là del nostro cervello, noi quindi non percepiamo la realtà assoluta ma la sua ombra proiettata in noi stessi, persino con l’utilizzo di sistemi teorici e strumentali precisi derivati dal secolare sviluppo scientifico.

 Quindi la domanda: come posso essere sicuro che quanto percepisco è davvero reale, così come noi pensiamo al reale nel suo valore di verità e assolutezza? E’ una domanda legittima e non assurda. Ugualmente il problema si pone anche quando faccio utilizzo di strumenti, giacché essi sono progettati e sviluppati per concedere delle informazioni specifiche e non assolute, essi andrebbero maggiormente intesi come prolungamento delle nostre percezioni e non sistemi assoluti per concederci una visione assoluta del mondo.

 In questo senso si apre un nuovo enigma che concretizza il concetto di realtà nella mente. A questo punto possiamo domandarci: noi dove siamo? In questo senso parrebbe un ulteriore domanda stolta, perché è immediato anche in questo caso che ci troviamo in una relazione specifica, quindi nel nostro corpo che si trova nel contesto chiamato realtà. Possiamo anche essere più precisi e dire che il “luogo” dei nostri pensieri è il cervello in tutta la sua complessità. In questo caso non diremmo una cosa sbagliata, ma viene da pensare ad una logica domanda: come possiamo essere sicuri che noi in qualità di “Io” individualità, ci troviamo precisamente nel cervello, o meglio siamo il cervello. Bisogna quindi concederci al fatto dell’esistenza di un “Io”, ma questo implica che noi siamo tutti degli “Io” e questi si trovano in qualche modo nel cervello. Non è un aspetto semplice, perché significa ammettere a priori una condizione non dimostrata. Ad esempio facciamo il presupposto immaginario di vedere il nostro cervello, esso è un organo specifico, noi quindi siamo quella parte specifica del nostro corpo più di tutte le altre sebbene anche il resto ci aiuta a vivere. Noi abbiamo dei pensieri, delle opinioni, delle idee e quant’altro perché nel cervello avvengono dei fenomeni e lo stesso è fatto in un determinato modo. Su questo possiamo trovarci tutti d’accordo, noi possiamo essere semplicemente tutto quel sistema che vediamo concentrato in un singolo organo. Affermare quindi il mio “Io” significherebbe il sinonimo di “il  mio cervello”, però noi curiosamente diciamo “il mio cervello”, “la mia testa”, come se noi siamo proiettati oltre le parti di cui siamo l’essenza. Dire il “mio cervello”, o più genericamente “la mia testa” è sostenere istintivamente che io sono ancora qualcosa di diverso da essi, mi trovo oltre queste parti. Noi pensiamo al nostro corpo e alle parti che lo compongono, come ad un insieme di cose “nostre”, nel senso di trovarci ancora oltre queste parti, di essere un essenza in più di quanto ci compone. Tutto questo però potrebbe essere frutto di un modo di esprimersi e di pensare non completamente corretto. Nel momento in cui affermo dov’è il mio “Io” rispondendomi automaticamente “è nel mio cervello” significa ammettere automaticamente che “Io” sono un’essenza estranea al mio cervello e non sono completamente quell’organo ce si trova nella mia testa. Bisogna perentoriamente abbandonare questo giro di parole, sebbene derivano da concetti che indirettamente ci poniamo sull’argomento.

 In merito esiste un esperimento fantasioso e interessante, il quale suscita un certo fascino. E’ tratto da un concetto sviluppato da Daniel C. Dennett. Per un esperimento fantasioso, sono sottoposto ad un importante e futuristico intervento chirurgico, per la prima volta ad uomo viene tolto il cervello, il quale viene posto in una soluzione liquida rivoluzionaria che lo mantiene in vita proprio come se si trovasse nella scatola cranica. In questo intervento vengono recisi tutti i nervi del sistema nervoso, ogni singolo nervo viene collegato ad un trasmettitore e ricevitore in grado di trasmettere via etere il segnale anche ad enormi distanze, all’interno della scatola cranica che ormai non ha più il cervello al suo interno ogni singolo nervo viene collegato a dei trasmettitori e ricevitori. In pratica il cervello all’interno di un laboratorio trasmette segnali e li riceve come se non fosse mai stato tolto dalla mia testa. Nessun problema per il mio organismo.

 Appena dopo l’operazione, i medici mi svegliano, sono un po’ intontito dall’anestesia, ma in pochi giorni mi riprendo subito fisicamente, tutto per me è perfettamente normale, l’unica sensazione è di sentire la testa un po’ più leggera, ma è una vaga sensazione, mi guardo allo specchio e vedo le ferite di un importante intervento chirurgico, ma esse si rimarginano in tempo dovuto e in pochi mesi i capelli crescono e nel tempo, nulla lascia trasparire un intervento così importante e devastante, ritorno in forma perfetta, una vita normale, al punto di tornare a chiedermi se davvero mi hanno asportato il cervello, ho questo dubbio perché non riesco ad avvertire nulla, mango, corro, bevo, faccio tutto come sempre e nulla di diverso accade in me. Preso da questo forte dubbio, ed osservato periodicamente dai direttori dell’esperimento, gli confermo di non essere ormai più convinto che il mio cervello non è più nella mia testa, ma piuttosto di dubitare profondamente che durante l’intervento il mio cervello fosse stato messo in una soluzione liquida all’interno di un laboratorio. E’ un dubbio grande e profondamente importante, a quel punto l’equipe si consulta e dopo una lunga seduta mi comunica che la mia condizione psicologica, da loro non valutata prima dell’esperimento, li ha spinti a decidere di accompagnarmi nel laboratorio per farmi vedere dov’è il mio cervello. Arrivato all’istituto entro in un grande salone tecnologico dove decine di persone si danno da fare dietro ad apparati complicati, tutti mi salutano affettuosamente, ed io ricambio la cordialità poi mi accompagnano al centro della stanza, dove un qualcosa di simile ad una grande vasca di vetro piena di un liquido leggermente celeste, ospita un cervello immerso nella soluzione liquida, i nervi tutti collegati ad un apparato tecnologico sofisticato, in grado di controllare perfettamente il suo stato in ogni istante. Io rimango perplesso a guardare quel cervello ed ho seri problemi ad ammettere che sia il mio. Lo guardo, gli giro attorno e chiedo a me stesso, dove sono? Io sto pensando in questo momento, dove mi trovo, dov’è il luogo dei miei pensieri? Mi trovo in questo corpo che in questo momento sta camminando attorno al suo cervello, oppure mi trovo lì, nel cervello che ho di fronte? E’ davvero un enigma, io sono qui o lì? E’ un bell’enigma. L’equipe di scienziati vuole parlarmi per chiarirmi un po’ le idee, ed il direttore dell’esperimento mi conferma che io mi trovo nel cervello, è quel cervello che ho di fronte “luogo” dei miei pensieri, è quell’organo immerso nella soluzione liquida nutriente, in cui i neuroni continuano indisturbati ad elaborare e sono io che sto elaborando, proprio come prima, il corpo che si muove e fa tutto ciò che faceva in precedenza è solo un involucro pilotato dal mio cervello e da cui lo stesso riceve informazioni sulla realtà circostante. Nulla è cambiato rispetto a prima, se non il fatto che il fulcro dell’esperimento è quello di rendere possibile al cervello e al corpo al quale è connesso di stare separati anche da distanze enormi.

 Queste parole sono difficili da credere, nella mia posizione c’era una gran confusione ad ammettere di essere lì in quel cervello nello stesso tempo in cui ero qui a guardarlo. In pratica guardavo me. Il nocciolo di questo esperimento è chiarire di fatto che pensando ad un “Io”, al momento non ci interessa se oltre il cervello o se esso è rappresentato dal cervello stesso, di fatto mi è impossibile percepire immediatamente dove sono. Per me non fa alcuna differenza ad ammettere di essere nel mio corpo, sebbene poi mi hanno dimostrato che il mio cervello era altrove. Il fatto è che il cervello recepisce tutti i segnali di un corpo che si trova altrove. Pensiamo ad una concezione più evoluta di questo esperimento. Tutta l’umanità, per un motivo di grande emergenza nell’anno tremila, viene sottoposta ad un intervento, lo stesso in cui i cervelli sono separati dal corpo. Se ognuno fosse tenuto all’oscuro di questo fatto, ossia che il cervello viene separato e messo in un laboratorio, tutti continuerebbero a vivere tranquillamente, senza accorgersi di nulla pienamente convinti che il cervello e loro stessi con le loro menti, siano all’interno del proprio corpo, farebbero tutti le stesse identiche cose di prima, tranne il fatto che nelle loro teste non ci sono più i cervelli. Naturalmente siamo nella fantasia, ma ora proviamo a spostarci nella presunta realtà.

 Noi viviamo pianamente convinti di essere nella nostra testa, nel nostro corpo, ma ugualmente alla realtà cos’è che ci offre questa profonda convinzione? Ripensando all’esperimento fantasioso, la convinzione che noi ci troviamo nel nostro corpo e conseguentemente nel nostro cervello è data dalla prospettiva che ci offrono i sensi e il sistema nervoso che manda continuamente i segnali al cervello. Di fatto noi tutti potremmo avere in linea teorica il cervello altrove senza affatto accorgercene.

 Tutto questo ci  invita a riflessioni profonde, le quali finiscono per allacciarsi nuovamente all’enigma della realtà. Ciò che consideriamo reale, vero, esistente e assoluto, è relativo alla prospettiva delle informazioni che riceviamo e sono successivamente elaborate dal nostro cervello, per questo è relativa e non assoluta. Il medesimo problema si manifesta con la prospettiva di considerarci in una posizione specifica in relazione alla realtà. Noi siamo convinti di essere nella nostra testa, ma in fondo le cose potrebbero stare diversamente per quanto ci può sembrare folle. Anche se ci sembra assurdo a priori considerarci altrove rispetto a dove crediamo di essere, la questione diventa profonda se assumiamo l’idea che noi, in qualità di “Io” soggettivi, siamo un qualcosa di diverso dal cervello. Questo concetto implica la domanda: noi siamo la totalità del cervello quale organo materiale, o il nostro “Io” riveste una dimensione che non appartiene solamente a quell’essenza materiale che nell’esperimento fantasioso potevo veder immersa in una soluzione nutriente? La domanda coinvolge direttamente un dilemma più generico e profondo: il mistero della vita. Tale enigma comporta la soluzione di un concetto: la vita è solo ciò che appare nella sua sostanza materiale, o possiede un quid in più che si estende oltre tale sostanza? Parlando in termini concreti, noi pensiamo, siamo convinti e non abbiamo prova contraria del fatto che i nostri pensieri e la nostra stessa essenza sia collocata ed è fondamentalmente il cervello di carne, così com’è strutturato. Tuttavia tale certezza non può essere assoluta al cento per cento.

 Ovviamente bisogna valicare un confine delicato, la spiegazione di questo mistero implica direttamente molte altre condizioni, come ad esempio l’esplicazione che la vita non termina al momento della morte fisica. Questo dilemma a buon diretto può essere uno dei fondamentali riguardo una nostra concezione del senso della vita e dell’esistenza umana in questo mondo, per tale motivo va collocato in una posizione del tutto speciale.

 Si può ritenere in prima istanza, che la funzionalità, la potenzialità e il complesso sistema cerebrale e nervoso, con la moltitudine di fenomeni ad esso correlati non ha avuto risposte definitive, o meglio ad oggi non è stato completamente chiarito. Si sono capite molte cose, ma ne restano ancor di più da chiarire in termini scientifici, in fondo nessuno sa se mai verrà compreso completamente. C’è da dire un fatto eloquente che appare come fenomeno evidente, se il sistema cerebrale si danneggia, il nostro stato mentale subisce inevitabili alterazioni. Questo fatto è indubitabile, quindi potrebbe indicarci direttamente che noi siamo essenzialmente tutto ciò che è quell’insieme di neuroni. Tuttavia questo aspetto non è sufficiente a darci una risposta definitiva in merito. Esiste un limite essenziale a questo tipo di indagine e che va sottolineato altrimenti non è compreso.

 Scientificamente, qualora vi è un danno concreto al cervello, gli studiosi del settore valutano tale alterazioni basandosi sull’interazione del paziente con il mondo esterno. Qualora il paziente ha difficoltà di comunicazione, ecco che noi non possiamo ricevere in alcun modo informazioni sul suo reale stato mentale. Il problema è che per definire uno stato normale, noi ci basiamo su standard del tutto discutibili su quali sono in generis le condizioni per cui una persona può essere definita mentalmente sana, questa analisi può essere valida in molte occasioni ma fallibile in numerose altre condizioni. Il problema è quando una persona non ha possibilità di comunicazione con l’esterno di se, noi non possiamo sapere dentro di se com’essa si trova, ed ecco che definire il suo stato mentale è un concetto puramente speculativo, noi ci basiamo su dati secondari e fallibili. L’attenzione a questo problema è rilevante giacché se un soggetto non riesce a comunicare e né tantomeno ad assumere un atteggiamento indice di normalità, noi non possiamo basarci su questa serie di indizi per comprendere realmente il suo stato interiore. Se invece egli ha uno stato profondo di normalità, allora la questione sarebbe completamente diversa, egli pur non potendo comunicare, pur non potendo assumere un atteggiamento consono ad uno standard fittizio, detto di normalità, nella sua profondità potrebbe avere una parte di se inalterabile, è in questi termini che può esistere un “Io” profondo che va considerato in una dimensione distaccata dalla materia. Un “Io” essenza, che è un energia connessa in qualche modo alla struttura celebrale e conseguentemente all’involucro fisico corporeo, ma che tuttavia essa non è pienamente il corpo fisico in se. In questo caso noi con il nostro “Io” non saremmo in senso completo un essenza che è poi la completa struttura biologica di cui siamo fatti, crediamo di esserlo ma non lo siamo, al contrario noi siamo relazionati a tale struttura ma l’energia più profonda di ciò che siamo riveste una dimensione diversa da quella materiale.

 Cercare di ragionare su questa prospettiva cambia radicalmente l’essenza dell’argomento e vi sono diverse ragioni a poterci dire che non siamo completamente dove crediamo di essere. E’ nell’articolo “Volontà e libertà” che si discute questa nuova entusiasmante apertura.

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